Articolo scritto da: Roberto Fantini Categorie: Articoli Flipnews, Interviste Fonte Flipnews.org
Conversazione con Fabrizio Silei, autore, insieme a Maurizio A.C.Querello, de L’Autobus di Rosa
- Fabrizio, perché oggi un libro dedicato alla vicenda di Rosa Parks?
Fra il momento in cui un libro esce in libreria e quello in cui è stato scritto, specie se si tratta di un albo illustrato con immagini molto curate, passa sempre molto tempo. In questo caso circa due anni. Quando ho scritto questo racconto al di là dell’Oceano era appena stato eletto Obama, il primo presidente “abbronzato” (così l’ha definito il nostro Premier di allora) nella storia degli Stati Uniti d’America. Un evento politico e simbolico senza precedenti con il quale quel Paese dimostrava, ancora una volta, la sua capacità di rinnovarsi e di provare a lasciarsi alle spalle pregiudizi, discriminazioni e contraddizioni che rappresentano una pagina buia della sua storia e, purtroppo, anche del suo presente. In quegli stessi giorni, qui da noi in Italia si parlava di una proposta di legge governativa per realizzare classi di bambini solo stranieri. Così facendo, secondo i proponenti, i bambini avrebbero imparato meglio e prima l’italiano. Come potesse accadere che un bambino cinese, un albanese e un nigeriano, stando fra di loro, imparassero prima l’italiano piuttosto che parlando con bambini italiani è ancora oggi, per me, del tutto incomprensibile. Quasi negli stessi giorni il capogruppo della Lega Nord al comune di Milano proponeva che in Lombardia si adottassero carrozze del metrò per soli milanesi. Entrambe queste due situazioni puzzavano di già visto, di segregazionismo. Il contrasto fra quel che accadeva da noi e quel che accadeva in America dava da pensare. La storia di Rosa, ma anche dei tantissimi altri che parteciparono al boicottaggio degli autobus di Montgomery, mi è tornata in mente in questo clima e ho pensato che occorreva trovare il modo di raccontarla ai ragazzi e ai bambini, a tutti, dal momento che era una storia esemplare, di coraggio e di sofferenza, di umanità e di giustizia. Che era un passo avanti compiuto tanti anni fa negli States che, improvvisamente, qui da noi non appariva più scontato.
- Si tratta di una storia che può insegnarci ancora qualcosa?
Detesto la retorica, in ogni sua forma, per questo, raccontando la vicenda di Rosa, ho voluto raccontare anche quella di chi, quel giorno, come tutti i giorni precedenti, si è alzato come al solito e non ha capito subito il suo gesto. Così la mia storia racconta sì il coraggio e la preparazione di Rosa, ma anche che non è mai troppo tardi per capire e unirsi alle battaglie giuste, e fare memoria. Che gli eroi da soli divengono spesso martiri e che per vincere hanno bisogno della gente comune, di noi tutti e che ciascuno di noi, semplicemente unendosi a una battaglia giusta, può contribuire al suo successo. E’ un racconto strano. Ma pensiamoci un attimo, cosa avremmo fatto noi? Davvero pensiamo che saremmo stati tutti Rosa? No!, molto più probabilmente avremmo avuto paura e chinato la testa come il nonno di Ben, che pure è andato al lavoro un anno intero a piedi e ha capito e continua, oramai vecchio, a fare memoria. I miei personaggi sono umani perché veri e fallibili, come lo era Rosa e ancor più il nonno di Ben con la sua strana prostata. Basta con la retorica degli eroi: è di responsabilità e capacità di scelta che hanno bisogno i ragazzi, di capire come la realtà sia complessa e difficile da affrontare, uscendo dalle storie con la voglia di farlo. Rosa da sola sarebbe rimasta in carcere, Hitler da solo in un manicomio. Non tutti saremo Rosa o Hitler, ma le nostre scelte sono davvero fondamentali.
- Nella realtà attuale, quanto abbiamo bisogno di atti come quello compiuto da Rosa? Per ribellarci, per dire NO a chi e a che cosa?
Dire di NO diventa sempre più difficile, ogni giorno che passa, specie per i ragazzi, ma anche per noi adulti. C’è una pressione spietata al conformismo che viene sempre di più dal mercato. Sempre di più essere e avere si confondono e sovrappongono e in questo gioco si stanno perdendo i fondamentali. Credo che mai come in questo momento per i nostri figli avere una bella auto o un bel cellulare significhi essere invidiabile e dire a qualcuno che è una brava persona rischi di essere percepito come un’offesa, come dargli del sempliciotto. Di questo mi interessa parlare nelle mie storie con i lettori e i ragazzi, dei fondamentali. Non voglio assumere toni apocalittici, io sono ottimista e credo che questo gioco sia agli sgoccioli, che sempre di più ci si renda conto dell’insostenibilità di questi modelli di vita che non contribuiscono alla nostra felicità né a quella degli altri e di chi verrà dopo. Insegnare a dire di no, a scegliere… forse soprattutto questo dovrebbero fare i libri e la scuola.
Insomma, come direbbe don Milani, la disobbedienza può essere una virtù? Ma a quali condizioni, in quali circostanze?
C’è un grande paradosso del quale parlo spesso con insegnanti e ragazzi. Stare insieme significa apprendere regole condivise. In questo senso, la scuola ci insegna ad obbedire e anche la famiglia. Si fanno progetti di educazione alla cittadinanza dove si insegna che un buon cittadino obbedisce alle leggi del suo Paese. Eppure la Storia, quella con la S maiuscola, ci insegna che ci sono momenti in cui è indispensabile disobbedire. Se il mio Stato mi chiede di mettere uomini, donne e bambini sui treni o spingerli nelle camera a gas (è accaduto anche da noi in Italia con le leggi razziali) io sarò un buon cittadino solo se obbedisco o c’è qualcosa che viene prima della legge? Esiste una grundnorm che sta radicata negli uomini e li fa scegliere sentendo la responsabilità della loro scelta in base a ciò che è giusto? Oppure siamo tutti figli del contesto, della cultura e della propaganda e non abbiamo colpe comunque si agisca? Questo intendo quando parlo di fondamentali, anche di questo mi piace ragionare con i ragazzi che incontro e che leggono le mie storie.
Ho 59 anni,··insegno··con·grande·piacere Filosofia e Storia al Liceo Classico e mi occupo da qualche decennio, come volontario, di Educazione ai diritti umani all'interno di·Amnesty·International. Proprio per·questa·associazione,··ho preso parte a··molti interventi pubblici e corsi di formazione per docenti, nonché curato le seguenti pubblicazioni: Pena di morte: parliamone in classe (EGA Editore, Torino 2006); Liberarsi dalla paura.·Tutela dei diritti umani e "guerra al terrore" (EGA Editore, Torino 2007); in collaborazione con Antonio Marchesi, Una giornata particolare (ed.Sinnos, settembre 2010). Ma, senza alcun dubbio, l'opera che più mi rappresenta e che maggiormente esprime la globalità del mio pensiero è il saggio La Morte spiegata ai miei figli (ed.Sensibili alle foglie, aprile 2010).
Nel marzo 2012 è apparso, con il patrocinio di Amnesty International, un mio nuovo lavoro, "Il cielo dentro di noi: conversazioni sui diritti umani (sul mondo che c'è e su quello che verrà)" , ed. Graphe.it.
Da un po' di tempo, poi, curo, sul sito della Free Lance International Press, la rubrica Human Rights (www.flipnews.org).
Dal 2004, ho intrapreso un interessante (e molto divertente) percorso di sperimentazione pittorica, esponendo i miei lavori in· numerose mostre personali e collettive,·il cui ricavato è stato donato ad Emergency e ad Amnesty International. ·.