Articolo scritto da: Roberto Fantini Categorie: Articoli Flipnews, In libreria Fonte Flipnews.org
Poche volte un titolo di un libro è stato scelto in maniera così pertinente e così eloquente come accaduto per Traffico d’organi. Nuovi cannibali, vecchie miserie di Franca Porciani.
Sì, in questo libro che affronta, con buona dose di coraggio e ricca messe di documentazione, l’atroce (e alquanto trascurata) questione del traffico degli organi, si parla di miserie vecchie, vecchissime, in cui si mescolano le peggiori eredità culturali della nostra storia: schiavismo colonialistico, imperialismo capitalistico e consumismo reificante. E di vero e proprio “cannibalismo” si tratta, ma di un cannibalismo immensamente più feroce di quello rintracciabile in qualsiasi arcaica tradizione tribale: il cannibalismo di chi riduce con gelido calcolo utilitaristico il proprio simile a magazzino di “pezzi di ricambio”, asportabili grazie a una manciata di danaro o (quando il danaro non basta) ad una violenta operazione di macelleria. Il cannibalismo di chi sottrae ogni dignità alla persona, riducendola a mero oggetto di cui disporre senza alcun limite morale, senza alcuna esitazione psicologica, senza alcuna preoccupazione per la sua sorte … Orrore tanto disumano da farci apparire le antiche e consolidate forme di sfruttamento quasi come manifestazioni di animi gentili.
“Non scorderò mai quella settimana nello Stato di Tamil Nadu (profondo Sud dell’India) - scrive, a questo proposito, Ettore Mo nella sua presentazione - dove ho vissuto una delle esperienze più sconvolgenti della mia lunga storia di cronista. Era il 1996 e nel ghetto più squallido di Madras, che si chiama Villivakkam, mi sono imbattuto in una singolare amenità turistica che porta il nome di “Kidney bazaar”, il bazar dei reni.
Mi è tornato in mente questo episodio quando Franca mi ha chiesto di fare la presentazione al suo libro, Traffico d’organi. Nuovi cannibali, vecchie miserie, ora nelle librerie. Già nell’introduzione si avverte che questa nuova forma di “cannibalismo” è praticamente “inarrestabile” e che “le rotte del traffico di organi” seguono percorsi ormai stabilizzati dagli Stati Uniti al Sud America, dall’Europa alla Cina.
Nel libro viene dato ampio spazio a Nancy Scheper-Hughes, antropologa dell’Università di Berkeley, che da molti anni si batte contro le organizzazioni dei narcotrafficanti: «Dei molti campi che mi sono trovata ad indagare – afferma – nessuno è paragonabile al mondo dei trapianti per le sue proprietà mitiche, la sua segretezza, la sua impunità e il suo esotismo».
E racconta: «Nel gennaio del 1995 si viene a sapere che le persone ospitate in un centro di riabilitazione per lebbrosi di Villivakkam vendono i propri reni a mediatori. E pochi giorni dopo la polizia scopre a Bangalore un massiccio racket di organi, che coinvolge i medici di un importante ospedale della città. Più di mille persone vengono private di un rene con la scusa di sottoporle ad esami del sangue».
L’India resta dunque “il primo vero bazar degli organi”. Nella sola Bombay (oggi Mumbai) circa 8 milioni di dollari sarebbero passati dal 1970 al 1989 dalle mani di clienti/pazienti in quelle dei mediatori: nel mio breve soggiorno indiano ho potuto appurare che almeno cinquemila persone nello Stato di Tamil Nadu tirano a campare con un rene solo. La filosofia di base che incoraggia l’atroce commercio degli organi è molto semplice: poiché un essere umano può vivere normalmente con un solo rene, tanto vale far uso dell’altro per fronteggiare situazioni economiche disperate”.
Potrebbero bastare le parole qui riportate per permetterci di renderci conto di quanto siano inquietanti le questioni affrontate nel libro della Porciani. Un libro certamente encomiabile nel suo intento di indagare il fenomeno del traffico di organi in tutta la sua ampiezza, fornendo cifre, nomi e geografie, e puntando il dito sui responsabili piccoli e grandi (società scientifiche, governi, medici, istituzioni sanitarie, organizzazioni dei malati) di un inferno che sembrerebbe partorito dalla mente di un Mengele.
Unica nota stonata, e spiace dirlo, la scelta di affidare ad Alberto Maria Comazzi il compito di affrontare, in un capitoletto finale, il tema dei cosiddetti “aspetti cruciali della donazione”, ovvero, il dilemma che assilla la comunità dei trapiantisti: come riuscire a piegare le resistenze sempre crescenti dei familiari a concedere l’autorizzazione all’espianto di organi? Il suo approccio nei confronti della questione “donazione degli organi” è, infatti, di tipo essenzialmente dogmatico-propagandistico, non ritenendo egli meritevoli di esame critico né le posizioni attualmente dominanti in merito al concetto di “morte cerebrale”, né quelle in merito ai vari criteri utilizzati per il suo (presunto) accertamento.
Davvero imbarazzanti affermazioni come le seguenti: ”in realtà il prelievo degli organi avviene come un normale intervento chirurgico che non modifica l’aspetto esteriore”, oppure: “Il paziente in morte cerebrale (…) si presenta in modo tale da enfatizzare le difficoltà dei famigliari ad acconsentire alla donazione: il cuore è ancora pulsante, i polmoni sono ritmicamente espansi dalla respirazione assistita…”.
Ma i “normali” interventi chirurgici - viene voglia di chiedergli - a chi si fanno: ai vivi o ai morti? Ma tanta somiglianza tra due circostanze (almeno a detta di alcuni) così dissimili, non meriterebbe un po’ di riflessione critica e libera da preconcetti? E un “paziente in morte cerebrale” è ancora un paziente o già un cadavere? I “normali” interventi chirurgici non sono quelli che si fanno per cercare di guarire il paziente (vivo)? E cosa avrebbero in comune con quelli destinati ad asportare “pezzi funzionanti” (e quindi vivi!) da un organismo dichiarato “morto” per mera convenzione e per molta convenienza… (ma biologicamente vivo e così, e proprio così, pertanto, privato della sua vita)?!
Sicuramente, il fatto che il “paziente-cadavere” abbia un cuore che batte e polmoni che respirano (seppur artificialmente aiutati) - cosa indispensabile per poter disporre di organi non deteriorati - può creare non poche difficoltà in più ai parenti-potenziali donatori. Peccato che il sistema trapiantistico, piuttosto che affrontare tali aspetti problematici con leale spirito scientifico-democratico, favorendo un dibattito dialetticamente consapevole, libero e informato, faccia di tutto per impedirne la nascita, equiparando per via burocratica la persona del “paziente” (probabilmente, ma non certamente, destinato alla morte) ad un corpo irreversibilmente senza più vita (ovvero ad un cadavere) …
Comunque, molto fortunatamente, si tratta di poche pagine del tutto ininfluenti nel bilancio complessivo dell’opera che resta di indiscutibile segno positivo.
La Porciani, infatti, non si limita a riferire dati e fatti. Tenta, bensì, di farli parlare per quello che hanno davvero da dirci, senza mai arrestarsi ad una lettura di superficie (sempre potenzialmente ambigua). Basti osservare come viene affrontato (anche se solo in fase conclusiva) il problema della tanto gridata carenza di organi e relative liste di attesa. La vulgata apologizzante imposta a livello scientifico-politico-mediatico ci ricorda costantemente come la forbice fra disponibilità di organi e richiesta dei malati sia ampia e in preoccupante espansione. Questo dato, buttatoci addosso in maniera insistente, mira a produrre un chiarissimo effetto: far apparire la mancanza di organi come un ALLARMANTE PROBLEMA che deve necessariamente riguardare l’intera collettività, riuscendo a farci sentire, di conseguenza, “in dovere” di porvi rimedio col farci ferventi “donatori”.
“Ma - scrive la Porciani - forse il problema posto in questi termini è falso perché si regge su un equivoco. La lunghezza interminabile delle liste di attesa sembra apparentemente all’origine dell’elevata percentuale di malati che non arrivano vivi al tanto sospirato trapianto. (…) Ma a ben vedere molti dei pazienti in lista di attesa per un trapianto di cuore, di fegato, di rene sono in condizioni di salute così disperate che anche qualora si rendesse disponibile l’organo, non sarebbero in grado di reggere fisicamente al trauma chirurgico di un trapianto.” (p.80)
E, a tale proposito, assai prezioso si dimostra il riferimento all’articolo pubblicato sulla rivista Lancet da tre anestesisti rianimatori italiani, mirante a dimostrare “come il continuo richiamo alla lista d’attesa inflazionata sia un modo per trasformare un problema medico in un ‘costrutto’ sociale, ovvero in un’emergenza che non c’è” .
“I trapianti - scrivono i nostri tre – come ogni altra branca della medicina ad alta tecnologia sono una forma di medicina estremamente costosa disponibile per alcune persone molto malate, e spesso molto anziane, quasi esclusivamente nei paesi sviluppati. Nel mondo molti altri individui anche più giovani muoiono ogni giorno per malattie che si potrebbe curare e guarire facilmente . E questo avviene per mancanza di risorse. L’enfasi che viene data oggi nei paesi ricchi alle persone che muoiono in attesa di un trapianto è forma di presentismo che cerca di far dimenticare che molte altre aree della medicina hanno bisogno di risorse analoghe. In sostanza ogni Paese deve chiedersi quale rilevanza vuole dare ai programmi di trapianto e quale stanziamento di fondi sia giustificato per garantirne l’attuazione.”
Secondo la Porciani, la strada più auspicabile da percorrere (anche se ancora piena di incognite) dovrebbe essere rappresentata da quella della ricerca in merito agli organi artificiali, “redditizia per gli scienziati in termini di ricadute economiche e di prestigio, eticamente “neutra” per tutti, utilissima per i pazienti.”
Ma la cosa più urgente è, a suo parere, che l’intera società, e non soltanto gli addetti ai lavori, rifletta con grande attenzione sul problema del dove voler andare. “Perché alla fine - dice - le scelte politiche sono sempre anche scelte etiche mentre si ripropone quel dilemma fra la vita e la morte che i progressi tecnici della medicina hanno spostato del tutto e soltanto verso un vago concetto di sopravvivenza. Comunque, a qualsiasi prezzo e in qualsiasi modo. Questa ricerca spasmodica di organi (come se si trattasse di qualcosa che è al di là del corpo, una sorta di metafisica dell’anatomia) assomiglia stranamente alla battaglia contro l’invecchiamento che tanto va di moda in questi anni. La vecchiaia esiste, come esiste la nascita, come esiste la morte.
Arriva mai il momento in cui la medicina ti accompagna verso una buona vecchiaia, verso una buona morte? E’ uno dei compiti che sembra aver dimenticato.”
Franca Porciani
Traffico d’organi
Nuovi cannibali, vecchie miserie
Prefazione di Ettore Mo
FrancoAngeli, 2012
Ho 59 anni,··insegno··con·grande·piacere Filosofia e Storia al Liceo Classico e mi occupo da qualche decennio, come volontario, di Educazione ai diritti umani all'interno di·Amnesty·International. Proprio per·questa·associazione,··ho preso parte a··molti interventi pubblici e corsi di formazione per docenti, nonché curato le seguenti pubblicazioni: Pena di morte: parliamone in classe (EGA Editore, Torino 2006); Liberarsi dalla paura.·Tutela dei diritti umani e "guerra al terrore" (EGA Editore, Torino 2007); in collaborazione con Antonio Marchesi, Una giornata particolare (ed.Sinnos, settembre 2010). Ma, senza alcun dubbio, l'opera che più mi rappresenta e che maggiormente esprime la globalità del mio pensiero è il saggio La Morte spiegata ai miei figli (ed.Sensibili alle foglie, aprile 2010).
Nel marzo 2012 è apparso, con il patrocinio di Amnesty International, un mio nuovo lavoro, "Il cielo dentro di noi: conversazioni sui diritti umani (sul mondo che c'è e su quello che verrà)" , ed. Graphe.it.
Da un po' di tempo, poi, curo, sul sito della Free Lance International Press, la rubrica Human Rights (www.flipnews.org).
Dal 2004, ho intrapreso un interessante (e molto divertente) percorso di sperimentazione pittorica, esponendo i miei lavori in· numerose mostre personali e collettive,·il cui ricavato è stato donato ad Emergency e ad Amnesty International. ·.