La passione per un giornalismo vero, capace di vedere, di parlare ed anche, se occorre, di urlare, puntando il dito verso chi usa il potere per ridurre in schiavitù corpi e coscienze, mentre altri celebrano la religione del silenzio. Una passione che si è impossessata della sua vita fino a fargliela strappare via. Una passione che ha preso in braccio la sua anima e il suo destino e li ha inondati di coraggio e di dignità, in una società zittita e paralizzata dal terrore.
Di Rodolfo Walsh pochissimi seppero all’epoca. Pochissimi ancora oggi sanno di lui, delle sue battaglie, del modo esemplare di fare giornalismo, ricercando verità e richiedendo giustizia. E benissimo ha fatto laNuovafrontiera a tradurre Operazione massacro, un’opera che Walsh si trovò a scrivere nel 1956, dopo essersi imbattuto “per caso” nella storia terribile quanto emblematica dell’uccisione di un gruppo di civili ad opera della polizia, in un sobborgo della provincia di Buenos Aires, poco dopo che i militari saliti al potere avevano represso una rivolta filo-peronista all’interno delle stesse forze armate.
Il libro ci offre il risultato delle indagini che Walsh, insieme a Enriqueta Muniz, condusse nell’arco di alcuni mesi, arrivando a scoprire e a documentare le responsabilità politiche del massacro che egli cercò, con tenace insistenza, di rendere note.
“Walsh - ci dice Alessandro Leogrande nella sua bella introduzione – racconta una storia estrema, ma non unica. Quei morti non sono vittime di un colpo di testa isolato; sono esseri umani stritolati dalle fauci di uno stato d’eccezione dittatoriale che si fa norma, e che, scendendo per gironi infernali via via più abietti, diverrà regola assoluta due decenni dopo.” (p.7)
Ed è ancora oggi doloroso constatare l’esito fallimentare della battaglia portata avanti dallo scrittore al fine di ottenere giustizia. Come lui stesso ci dice nell’Epilogo dell’opera, “Tre edizioni di questo libro, circa quaranta articoli pubblicati, un progetto presentato al Congresso e innumerevoli iniziative minori in dodici anni sono servite a sottoporre questa domanda a cinque governi successivi. La risposta è sempre stata il silenzio. La classe che tali governi rappresentano è solidale con quell’assassinio, lo accetta come un proprio atto e non lo punisce, semplicemente perché non è disposta a punire se stessa.”(p.231-2)
Chiude e corona assai opportunamente Operazione Massacro un documento di una statura civile davvero straordinaria: la Lettera aperta di uno scrittore alla Giunta Militare, ovvero il j’accuse lucidissimo e implacabile che Walsh inviò il 24 marzo 1977 (ad un anno dal colpo di stato militare) alle redazioni dei giornali argentini e ai corrispondenti stranieri. Lettera mai pubblicata da nessun giornale argentino che riuscì, com’era ben prevedibile, a provocare l’immediata reazione da parte dei dittatori: il giorno dopo, Walsh venne sequestrato e il suo nome andò ad aggiungersi al lungo elenco dei desaparecidos. La mattanza - nella generale disattenzione internazionale e con la complicità di tanti governi occidentali (come il nostro) e della stessa Chiesa Cattolica – proseguì indisturbata.
Ma lo scrittore, d’altronde, sapeva bene quale fosse la posta in gioco e quale la sorte a cui sarebbe quasi sicuramente andato incontro. Nel concludere la sua denuncia fervida quanto rigorosa, raro esempio di onestà intellettuale e di coerenza morale e professionale, affermava:
“Queste sono le riflessioni che nel primo anniversario del vostro nefasto governo ho voluto far arrivare ai membri di questa Giunta, senza aspettarmi di essere ascoltato e con la certezza di essere perseguitato ma rimanendo fedele alla promessa fatta molti anni fa di rendere la mia testimonianza nei momenti difficili.” (p252-3)
Il corpo di Walsh, come quello di tante migliaia di suoi concittadini, non fu mai ritrovato…
Rodolfo Walsh
OPERAZIONE MASSACRO
laNuovafrontiera, 2011