Articolo scritto da: Roberto Fantini Categorie: In libreria
Difficile classificare “L’urlo del Kosovo” di Alessandro Di Meo (Edizioni Exòrma, Roma 2010): un po’ meticolosa narrazione storica, un po’ appassionato·pamphlet, un po’ rabbioso lavoro di controinformazione, un po’ suggestiva rassegna di vite abbracciate insieme da un analogo doloroso destino, un po’ empatico canto lirico per la sorte ignorata di un intero popolo assurdamente criminalizzato.
Ma non sono del tutto sicuro che abbia ragione Sanda Raskovic’ Ivic’ nel dire (nella sua Postfazione) che Di Meo non avesse l’intenzione di dar vita ad un’opera di carattere storico. E’ certamente nel vero, però, quando afferma che, in ogni caso, ne è uscito fuori “un vero e proprio documento storico sui tempi della sofferenza di un popolo europeo”, quello serbo-kosovaro, vittima delle strategie internazionali che approdarono alla costruzione di una artificiale indipendenza del Kosovo. Ma la cosa più sicura, a mio avviso, è che ci troviamo di fronte ad uno splendido libro, scritto con l’anima, ma anche con le viscere, un libro che vuole infrangere pseudo-verità, che vuole ribellarsi alla dittatura della propaganda che acceca e ammutolisce, un libro che vuole squarciare i troppi veli delle convinzioni fondate sul pregiudizio strategicamente costruito e inconsapevolmente subìto.
“ Il libro ci racconta – infatti - ·i destini delle vedove i cui mariti furono rapiti e uccisi in tempo di pace, prima o dopo l’aggressione della Nato, e ai quali furono asportati con forza e brutalità gli organi; i sogni e il destino dei bambini malati terminali, come quello di Sladjana, che grazie all’uranio impoverito delle bombe non festeggerà il diciottesimo compleanno; i racconti di profughi fuggiti verso l’ignoto e di coloro che sono rimasti nelle enclave, nelle prigioni a cielo aperto, resistendo nella terra nativa dei bisnonni” (Postfazione, p.241).
L’obiettivo centrale del libro, perseguito con grande vigore e coinvolgimento emotivo, è quello di dimostrare che “nel 1999 non ci fu una guerra” ma “un’aggressione bella e buona. Bombardamenti indiscriminati su obiettivi solo apparentemente militari ma che ebbero, in realtà, come scopo principale quello di distruggere infrastrutture, seminare inquinamenti radioattivi e ambientali di ogni genere, finendo per mettere in ginocchio quel che rimaneva della Jugoslavia” (p.36).
E che si trattò dell’ “azione conclusiva di un processo di disgregazione e dissoluzione fortemente pianificato.” L’aver fatto “rientrare i settantotto giorni di bombardamenti del 1999 nella logica di un intervento ‘umanitario’ per liberare il Kosovo, vittima delle atrocità e della ferocia della Serbia” (p.37) sarebbe stato, secondo Di Meo, niente altro che un “tranello”, sicuramente ben orchestrato, in cui quasi tutti, all’epoca, finirono per cadere. In nome del dovere della comunità internazionale di difendere la popolazione albanese dalle persecuzioni di Milosevic, infatti, sarebbe stato concesso ai guerriglieri dell’UCK di praticare qualsiasi violenza nei confronti della popolazione serba, sarebbe stato creato un vero e proprio “narcostato”, in cui le mafie continuerebbero a fare grandissimi affari, e sarebbe stata creata – cosa a pochissimi nota – “la più grande base americana o, meglio, della Nato in Europa” (p.35), impiantata, non certo a caso, proprio in una delle rare località in cui nessuna bomba è stata sganciata.
Il lavoro di Di Meo (scaturito dal suo impegno come volontario di·Un ponte per… a favore delle vittime dell’uranio impoverito) è un lavoro nato “sul campo”, in mezzo a “Gente semplice, umile ma fiera della propria semplicità e della propria umiltà.” (p.238) Le fonti su cui si basa “hanno solo nomi e cognomi sconosciuti ai più. Volti, sguardi, sorrisi, pianti, ricordi, storie da raccontare.” Fonti che, ci dice l’A., meritano fiducia “perché si sono levate nel profondo silenzio e nella più totale ostruzione da parte del comune sentire, pensiero omologato e rassicurante, ufficiale e consolidato.
Finendo per passare come faziose e di parte, additate come portatrici di confusione e fiancheggiatrici della propaganda di regime, al contrario, hanno dovuto battersi contro la propaganda reale, quella del nostro mondo, ‘giusto e democratico’, contro il tentativo di calare oblìo su coscienze, sentimento, oggettività.” (pp.238-9)
L’opera di Di Meo, pertanto, non è certo opera di storia·monumentale o·antiquaria (per usare la terminologia impiegata da Nietzsche), ma è sicuramente un vivissimo ed emozionante squarcio di storia vera. Il suo “è un libro pesante, che fa pensare e suscita una compassione sofferta e dolorosa. Ma è anche un libro che ci indica la strada giusta, ci spiega che lenendo la sofferenza e il dolore altrui, lottando perché proprio coloro che hanno sofferto abbiano una visione migliore di vita, l’uomo può ritrovare il senso e la pace.” (Postfazione, p.243)
E’ un libro, soprattutto, molto scomodo, perché ci obbliga a rimettere in discussione quanto credevamo di sapere, quanto avevamo ben etichettato e ben archiviato, obbligandoci a ripensare le cose secondo coordinate molto diverse da quelle che ci sembrava ovvio e doveroso utilizzare.
Alessandro Di Meo
L’urlo del Kosovo
Exòrma, 2010
Ho 59 anni,··insegno··con·grande·piacere Filosofia e Storia al Liceo Classico e mi occupo da qualche decennio, come volontario, di Educazione ai diritti umani all'interno di·Amnesty·International. Proprio per·questa·associazione,··ho preso parte a··molti interventi pubblici e corsi di formazione per docenti, nonché curato le seguenti pubblicazioni: Pena di morte: parliamone in classe (EGA Editore, Torino 2006); Liberarsi dalla paura.·Tutela dei diritti umani e "guerra al terrore" (EGA Editore, Torino 2007); in collaborazione con Antonio Marchesi, Una giornata particolare (ed.Sinnos, settembre 2010). Ma, senza alcun dubbio, l'opera che più mi rappresenta e che maggiormente esprime la globalità del mio pensiero è il saggio La Morte spiegata ai miei figli (ed.Sensibili alle foglie, aprile 2010).
Nel marzo 2012 è apparso, con il patrocinio di Amnesty International, un mio nuovo lavoro, "Il cielo dentro di noi: conversazioni sui diritti umani (sul mondo che c'è e su quello che verrà)" , ed. Graphe.it.
Da un po' di tempo, poi, curo, sul sito della Free Lance International Press, la rubrica Human Rights (www.flipnews.org).
Dal 2004, ho intrapreso un interessante (e molto divertente) percorso di sperimentazione pittorica, esponendo i miei lavori in· numerose mostre personali e collettive,·il cui ricavato è stato donato ad Emergency e ad Amnesty International. ·.