Può bastare, a volte, la dedica anteposta ad un libro per comprendere la filosofia del suo autore e l’impostazione e le finalità dell’ opera stessa. E’ il caso, a mio avviso, dell’eccellente lavoro di Antonio Marchesi, La protezione internazionale dei diritti umani (FrancoAngeli 2011).
Nei confronti della Lettera di Giacomo, da frequentatore curioso delle Scritture, ho sempre avvertito una particolare attrazione, per via delle sue parole che sanno di freschezza interiore e di autenticità nel sentire, come per via della sua straordinaria capacità di dire cose essenziali, di grande concretezza e di grande pregnanza etica. Nelle sue parole, infatti, si percepisce l’atteggiamento sobrio e austero del vero pastore di anime che si preoccupa di orientare e correggere, di istruire e guidare con dolce fermezza e con limpidità di mente e di cuore.
Di diritti umani sempre più spesso sentiamo parlare, sia in ambito di problematiche politiche di grande attualità, sia in quello di questioni etico-filosofiche più sofisticate.Ma, sempre e per tutti, non è mai stato facile offrire una definizione chiara ed esaustiva di tale concetto.
Che non siamo mai troppo giovani né mai troppo vecchi per filosofare e che il vivere come esseri umani implichi ineluttabilmente il filosofare il mondo classico ce lo ha ricordato spesso, conferendo alla ricerca filosofica una dignità assolutamente privilegiata rispetto a tutte le altre occupazioni umane. Ma, per troppo tempo, la filosofia ha finito per apparire (e, in parte, per diventare) qualcosa di riservato a cerchie ristrette di strampalati eruditi, immersi in mondi oscuri di discussioni tanto tenebrose quanto inconcludenti. Sempre più scienza e tecnologia ci sono sembrate in grado di dirci tutto quello che ci occorre sapere e , soprattutto, di darci tutto quello di cui abbiamo bisogno e desiderio.
Amnesty International, nel suo rapporto dal titolo "Promesse mancate: l'erosione dei diritti umani da parte dei militari al potere", descrive gli allarmanti risultati conseguiti in materia di diritti umani dal Consiglio supremo delle forze armate (Scaf), che governa l'Egitto dalla caduta del presidente Mubarak, affermando che i militari al potere sarebbero venuti completamente meno agli impegni assunti, rendendosi responsabili di una lunga serie di violazioni che, in alcuni casi, hanno persino superato quelle del precedente periodo. Il rapporto viene diffuso all'indomani delle ultime giornate di sangue, che hanno causato molti morti e centinaia di feriti, quando l'esercito e le forze di sicurezza hanno tentato con metodi violenti di disperdere le manifestazioni contro lo Scaf, convocate al Cairo in piazza Tahrir.
Una conversazione con Paolo Maccioni, giornalista e soggettista, autore di Buenos Aires troppo tardi, bellissimo romanzo-saggio ispirato alla tragedia dei desaparecidos argentini.
Un’analisi critica a tutto tondo delle politiche di inizio millennio contro l’immigrato, in USA e in Europa.
La tesi centrale di Razzismo di stato (FrancoAngeli, 2010) - ci avverte subito Pietro Basso, curatore dell’opera - è in chiara dissonanza con la rappresentazione dominante del razzismo dei nostri tempi, tendente a vederlo come un processo “dal basso verso l’alto”, come un coacervo, cioè, di sentimenti e di ostilità sempre più diffusi a livello popolare, di fronte a cui le istituzioni non sarebbero adeguatamente in grado di intervenire. E’ convinzione di Basso, infatti, che il primo propellente delrevival del razzismo in corso sia il cosiddetto “razzismo istituzionale”, e che primi protagonisti e principali responsabili sarebbero “proprio gli stati, i governi, i parlamenti: con le loro legislazioni speciali e i loro discorsi pubblici contro gli immigrati, le loro prassi amministrative arbitrarie, la selezione razziale tra nazionalità “buone” o nazionalità pericolose, le ossessive operazioni di polizia e i campi di internamento.” (p.9)
Conversazione con Alessandro Di Meo, voce “urlante” fuori dal coro.
- Nel tuo ultimo lavoro (L’urlo del Kosovo, ed. Exòrma), il Kosovo attuale viene descritto come un vero e proprio “narcostato” fondato, come tu dici, su un “vincolo d’acciaio, stretto fra Nato e malavita”, come una sorta di cerniera fra est e ovest in funzione dei peggiori traffici. E’ davvero così tragica la condizione di questa sventurata regione balcanica?
Il libro di Roberto Bondì (Come vedessero due soli- Religione, scienza, modernità, Codice edizioni), lo dico senza alcuna esitazione, oltre ad essere un libro di indiscutibile spessore intellettuale, è indubbiamente anche un libro di gradevole ed accattivante lettura.
Nelle scorse settimane, l’intelligenza e la sensibilità di Alex Zanotelli hanno prodotto un appello ricco di saggezza, in cui si richiama l’attenzione sull’entità abnorme delle spese militari, richiedendone un drastico taglio. Prendendo le mosse dai contenuti dell’appello, che, diffuso attraverso il web, è stato in breve tempo sottoscritto da migliaia di persone, è scaturita la seguente conversazione con Giovanni Sarubbi, direttore del sito www.ildialogo.org.
Il tema dei trapianti e delle questioni etiche e scientifiche collegate a tale pratica non gode di grande attenzione nel mondo dell’informazione del nostro Paese. Ci si limita, perlopiù, a lamentare il calo dei “donatori” di organi, ad invocare maggiore solidarietà e ad esaltare il gesto di chi dona (gli organi altrui) come esempio di nobilissima virtù civile. Qualche mese fa, ho avuto la fortuna di imbattermi in un libro di Rita Pennarola, spregiudicato e originale, capace di offrire (finalmente) un quadro correttamente e preziosamente problematico della questione
Dalla volontà di sapere e di capire di più e meglio è nata, ora, la seguente conversazione con l’autrice.