Fonte: graphe.it
Ragione prima: il libro tratta un argomento delicato e misterioso, ma si legge senza grandi difficoltà. Sono ventisette capitoli, di tre o quattro pagine l’uno, basati su uno schema essenziale: una minima introduzione, alcune riflessioni, una ponderata conclusione. Lo stile è chiaro e sereno, i passaggi inevitabilmente tristi, addolciti da un’accettazione di fondo, frutto di sforzo razionale e di pathos umanistico. È una riflessione sulla morte cadenzata in brevi, intensi respiri. Gli interlocutori immaginati, ma non immaginari, sono i due figli Elena e Francesco, ma i destinatari, come Fantini dice nell’introduzione, sono tutti coloro che hanno perso il coraggio di porsi domande cui non si sa rispondere, ma anche tutte le vittime delle terribili ingiustizie umane, soprattutto giovani e giovanissimi.
Il problema dell’eventuale “dopo” non appare immediatamente nella riflessione di Fantini. È dal “qui e ora” che gli interessa partire: dallasumma quaestio filosofica: “Chi sono io?”, per poi arrivare, senza cadere nel solipsismo, nell’autocontemplazione, all’afflato con gli altri, allo sforzo di conferire dignità e arricchire noi stessi e tutto ciò che compone il nostro intorno, persone e cose vicine, ma anche lontane.
La riflessione di Fantini tuttavia, non muove solo da un carpe diem di alto livello, ma da una volontà di affrontare i punti nodali della questione. Senza tanti giri di parole l’autore abborda subito un punto chiaro e centrale: la paura di morire. La formazione filosofica di Fantini, e la prassi di una vita che cerca di orientare di conseguenza, gli permettono di rintracciare con relativa facilità il percorso della riflessione umana sul tema della morte. Ciò che non è scontato, in un’epoca che vive nell’idolatria della scienza e nella rimozione di tutto quello che incrina la hybris umana, rammentandoci la nostra finitezza, è che qualcuno decida di parlare del grande tabù, della morte. E questa è la seconda ragione per leggere La morte spiegata ai miei figli, il fatto che sia un libro che ha il coraggio di trattare una cosa che riguarda tutti, ma di cui nessuno vuole parlare. Viene allora alla mente Blaise Pascal, il primo dei filosofi che Fantini cita, anche se a diverso proposito. Secondo il grande genio giansenista, l’uomo vive nel divertissement, è intento a distogliere l’attenzione da ciò che lo riguarda più da vicino, anziché a rifletterci sopra. La vita come distrazione dal pensiero soggiacente, dall’idea di non essere eterni. Fantini, da vero amante della sofía, della sapienza, si interroga. Armato di un coraggio umanistico e di una curiosità umana, alta e profonda allo stesso tempo, ripercorre le vie dei grandi filosofi. Dapprima i vincitori della paura della morte: Epicuro e Socrate. Grande igienista mentale il primo, che ci invita a non avere paura di imbatterci in quello che non incontreremo mai finché saremo vivi, e che non ci farà più alcun male, quando saremo morti. Socrate, da parte sua, va al di là dell’edonismo e fa capire, per il tramite del ragionamento dialettico, che ciò che conta è vivere la vita nella luce splendida e di per sé altamente gratificante della virtù, la quale continuerà a illuminarci anche nell’aldilà, qualora la morte sia solo un cambio di stato, ma non la fine di tutto. Nel caso contrario, se non vivremo più in un’altra dimensione, non avvertiremo nemmeno alcuna sofferenza.
Dunque Fantini ha il coraggio di parlarci della morte, come hanno sempre fatto i filosofi, del resto, finché la filosofia è stata un interrogarsi sul senso ultimo della vita e uno sforzo di vivere in conformità al proprio pensiero, faticosamente elaborato, e accettando la provvisorietà delle umane conclusioni. La morte, qualunque cosa essa sia, è un grande specchio per la nostra coscienza, una vera cartina di tornasole per le nostre scelte quotidiane. Se non la accantoniamo per paura, essa ci può aiutare a valorizzare ogni momento che viviamo, discernendo tra ciò che davvero conta e ciò che è futile, fiamma di un attimo, fuoco fatuo che brucia le nostre energie. Molti filosofi ce lo hanno detto, Fantini ce lo ricorda. Anche questo fa parte della semplicità di fondo di La morte spiegata ai miei figli. Ma la semplicità è una conquista, non lo stato di natura dell’homo faber et televisivus, che si trastulla nel mortifero divertissement postmoderno.
Vi è infatti una vita che è già morte, molte vite che sono già morte. Giustamente Fantini individua la discriminante tra vita viva e vita che è già morte nella presenza e, rispettivamente, nell’assenza dell’amore. Amore per Fantini non è, banalmente, il solo amore di coppia o all’interno della propria famiglia o cerchia di amicizie. La morte spiegata ai miei figli è tutt’altro che un libro infarcito di banalità, e questa è la terza buona ragione per leggerlo. Se smettiamo di preoccuparci della fragilità del nostro corpo e ci concentriamo sulla nostra capacità di amare, che è illimitata, ma va coltivata, la paura della morte si ridimensiona enormemente e può anche sparire, anche se la fine del corpo è manifestamente prossima. Non si tratta di una bella teoria, ciascuno di noi può farne l’esperienza e magari indirettamente l’ha già fatta, assistendo qualche persona cara che se ne è andata serenamente. Ma c’è di più: che cosa muore, almeno apparentemente, se non un individuo, cioè un essere individuato (se ci pensiamo bene alquanto artificiosamente) con nome e cognome? La vita stessa non muore. E finché siamo vivi, chi ci impedisce di identificarci progressivamente (da millenni esistono tecniche apposite) con la vita molto oltre la sfera ristretta del nostro corpo? Siamo sicuri che l’identificazione del nostro io con il nostro corpo sia corretta? Il fatto che tutti, per quello che ci sembra, convengano con questa identificazione, non è una garanzia di essere nel giusto.
Il discorso di Fantini non si limita all’ambito canonico della filosofia occidentale. Al di là del canone, vi è una filosofia, o forse si dovrebbe dire una sofía, una sapienza, che riferisce della vita al di là della morte. Fantini avrebbe potuto fermarsi alla filosofia canonica, ai ragionamenti riassunti finora, e lasciare ai figli e ai lettori comunque molta materia di fruttuosa riflessione, di per sé, almeno per alcuni spiriti particolarmente predisposti e aperti, sufficiente per dare un senso più profondo alla propria vita, un orientamento più equilibrato e sano. Ma, e questa è la quarta buona ragione per leggere La morte spiegata ai miei figli, l’autore decide di non ignorare un patrimonio incredibile di pensiero e di testimonianze e infrange il grande tabù positivista nel quale tuttavia viviamo immersi, passando quindi a considerare anche quello che non riusciamo a sussumere nelle categorie scientifiche da noi individuate. Sulla reincarnazione, ad esempio, c’è anche in occidente una letteratura ormai molto vasta, frutto di indagini condotte secondo canoni scientifici, ma aventi per oggetto qualcosa che scientifico non si considera, cioè la trasmigrazione dell’anima, la ricomposizione di una medesima individualità in un corpo e in una condizione diversa. Altri libri, come il classico La vita oltre la vita di Raymond A. Moody, ci parlano di testimonianze di stati di premorte. Dal libro di Moody è stato ricavato un impressionante documentario, in cui le persone oggetto del suo studio riferiscono la loro esperienza, trasformante e rasserenante, ai limiti della soglia dalla quale non si ritorna.
I libri di Kübler-Ross, una donna che si è dedicata all’assistenza soprattutto psicologica di malati terminali e delle loro famiglie, testimoniano non solo del coraggio di una donna che ha deciso di concentrarsi sui momenti più dolorosi dell’esistenza, ma anche dell’enorme ricchezza che si svela a chi decide di accompagnare consapevolmente chi si appresta ad accedere alla dimensione che tanto ci atterrisce.
Già alla fine dell’Ottocento Helena P. Blavatsky, la fondatrice della Società Teosofica , si fece tramite di una saggezza tibetana che da millenni studia il fenomeno della morte. Nella nostra arroganza occidentale tendiamo a non prendere seriamente in considerazione culture tanto diverse, nemmeno negli ambiti nei quali hanno molta più esperienza di noi. Fantini non assume posizione, non si atteggia a maestro, ma chiaramente ci invita ad aprirci a questo “altro” che, ci dice, lo ha aiutato fin da giovane ad uscire dalla soffocante cultura cattolica e, molto concretamente, a non avere più paura della morte. Vari capitoli dedica il nostro autore alle fonti “esoteriche” sulla morte, includendo gli studi di Ernesto Bozzano sul paranormale.
Il libro termina con alcune riflessioni sui temi dell’accanimento terapeutico, della pena di morte e dei trapianti.
Nel caso di chi vive da anni in condizioni di sofferenza terribile e decide di porre fine alla propria esistenza, Fantini ci invita al sentimento, alto, della compassione verso chi soffre (che non è commiserazione) e alla sospensione del giudizio.
Circa la pena di morte, Fantini non ha alcun dubbio, da membro attivo di Amnesty International: è un atto terribile, ingiustificato, agghiacciante, perché compiuto a freddo.
Sul tema dei trapianti l’autore richiama un aspetto forse sfuggito a molti: la morte cerebrale, che autorizza l’espianto dell’organo, è una morte per convenzione giuridica, non una vera e propria morte del corpo. Di fatto si interviene su un corpo vivo, magari destinato a morire prestissimo, ma di fatto ancora vivente.
E quindi Fantini, dopo averci aiutato ad accostarci alla nostra più grande paura con la ragionevole speranza di vincerla, ci problematizza un qualcosa che per noi forse non rappresentava un interrogativo. È questa la quinta buona ragione per leggere La morte spiegata ai miei figli: è un libro assai poco convenzionale, ma certo per tutti quelli che amano riflettere.
Roberto Fantini
La morte spiegata ai miei figli
Sensibili alle foglie, 2010
pp. 128, euro 12,00
Il problema della morte non è argomento accattivante per chi cerca leggerezza e coinvolgimento nell'acquisto di libri. Paradossalmente Roberto Fantini con questa sua opera: "la morte spiegata ai miei figli", contribuisce non poco a toglierci da dosso l'angoscia che essa crea e insegna a non temerla, citando il pensiero di grandi uomini del passato, filosofi e non ( da Shopenhauer alla Blavatsky, passando per Cardarelli, Epitteto, Savater,Yeats, Epicuro, Socrate, Maeterlink, Tolstoj, Hesse, Jung, Milarepa, Whitman e Goethe). "L'amor che move il sole e l'altre stelle", come direbbe il nostro Dante, ci accompagna per mano verso le vie dell'Infinito, essendo noi della sua stessa identica sostanza. E ciò crediamo l'autore voglia trasmette alla nostra umanità che soffre.
Nell'Iliade, parlando di Aiace, Omero scrive: "Non importa vivere o morire, importa solo essere nella luce". Partendo da questa premessa Fantini ci aiuta a capire che la morte vera non esiste, ma che vita e morte sono due facce della stessa medaglia: l'amore. La morte come la intendiamo noi non è altro che il passaggio ad un'altra dimensione, fatta di luce e di amore, vero balsamo per le nostre fatiche terrene, in attesa di reincarnarci freschi e rinfrancati, pronti per un'altra meravigliosa avventura che permetta di perfezionarci sempre più nella consapevolezza di essere parte del tutto.
Tralasciando la cultura orientale, da sempre cosciente di ciò, l'autore mette in guardia il mondo occidentale dal considerare la teoria della reincarnazione una dottrina dal sapore "esotico": Pitagora, Platone, Giordano Bruno, Giuseppe Mazzini e tanti altri non la consideravano punto tale, anzi: la risposta precisa, corretta ed esaustiva alle nostre domande.
A riprova della fondatezza di tale tesi il nostro cita i lavori di Ernesto Bozzano, studioso che ha trascorso la sua esistenza a raccogliere e catalogare casi di fenomeni paranormali, e Raymond A. Moody Jr., filosofo e medico autore di un libro che ha venduto nel 1975 più di tredici milioni di copie nel mondo, il quale fa l'esame di numerosi casi di cosiddetta "premorte". "Quello che è forse il più incredibile elemento comune nei resoconti che ho studiato, e certo l'elemento che ha la più profonda influenza sull'individuo, è l'incontro con una luce molto brillante. Al suo primo apparire questa luce è fioca, ma rapidamente diviene più fulgida finché non raggiunge uno splendore ultraterreno....".
Per la scoperta delle vite precedenti cita invece Brian Weiss, psichiatra al Sinai Medical Center di Miami, dove attualmente vive:"Chi sono i miei pazienti? Medici, avvocati, uomini d'affari, altri terapeuti, casalinghe, operai, commessi etc.. Sono persone con fedi religiose, livelli socioeconomici e background culturali differenti, eppure molti di loro sono riusciti a ricostruire dettagli di altre vite, o a ricordarsi di essere sopravvissuti alla morte fisica".
Docente di filosofia e storia al liceo classico, Fantini che è anche da molto tempo impegnato nel campo dell'educazione ai diritti umani con Amnesty International, non ha potuto non rimarcare e stigmatizzare l'assoluta incongruenza della Chiesa cattolica la quale, paladina della sacralità della vita sin dal concepimento, non dimostra altrettanta solerzia per il momento del trapasso, non opponendosi all'espianto di organi ancora vivi e dando credito alla cosiddetta " morte cerebrale " che, non necessariamente, implica la morte della nostra intera entità vitale. Un corpo che pulsa, che respira, che è caldo e non rigido, non è ancora un cadavere, bensì quello di un moribondo: "Se la morte è un processo, la cessazione dell'attività cerebrale può essere considerato l'inizio, non il momento conclusivo di questo percorso degenerativo" ( R. De Mattei - Vice-presidente del C.N.R.). Valga per tutti il caso delle donne incinte dichiarate "cerebralmente morte", "tenute in vita" (a volte anche per mesi) fino al momento del parto e poi sottoposte ad espianto. Se fossero state davvero "morte" come avrebbe potuto il loro organismo continuare ad ospitare dentro di se, alimentandola e poi partorendola, una vita ancora in costruzione? Nel caso dei trapianti purtroppo l'autore constata che la Chiesa cattolica rinuncia a considerare l'uomo come persona.
Altro capitolo penoso affrontato dall'autore è quello relativo all'assurdità della guerra e della pena di morte che "rappresentano non solo le forme estreme di violenza sull'uomo, ma anche di ipocrisia intellettuale e di degradazione morale. Per sostenere che si può (si deve) uccidere, abbiamo costruito architetture di sofismi ingannatori, immolando, come prima inevitabile vittima, la verità..."
Il volumetto si legge bene, scorre velocemente e, nel mentre, oltre a togliere quel grande peso e senso di angoscia che la morte suscita ai più, regala grandi pillole di saggezza.
Dogliani, Sensibili alle foglie, 2010
128 pagine
collana Ospiti 67
ISBN 978-88-89883-36-5
@ Edizioni Sensibili alle Foglie Coop.a.r.l.
tel.e fax 0173742417 -0774311618
e mail
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http://www.sensibiliallefoglie.it
“Il confronto con la morte dovrebbe diventare una fonte di riflessione per far sì che il nostro pensiero si ponga, innanzitutto, il problema del significato, del valore delle scelte che facciamo, chiedendoci quali criteri utilizzare, quali concetti di bene e di male prendere a considerazione, interrogandoci su quali valori e gerarchie di valori adottare, etc. In pratica, il pensiero della morte dovrebbe condurci a prendere consapevolezza del carattere limitato del nostro essere e a far sì che che dalla coscienza della nostra finitezza possa scaturire non un vivere cicalone, bensì uno ragionato, capace di conferire diritto di cittadinanza alla sfera del nostro io soltanto a quanto risultato idoneo o, almeno, a sbarrare la porta a tutto quello che ci apparisse non meritevole del nostro assenso, delle nostre attenzioni, del brevissimo tempo che la vita ci dona”.
Roberto Fantini, docente di filosofia e storia al liceo classico, nel suo libroLa morte spiegata ai miei figli (Sensibili alle foglie, 2010) compone un inno alla vita. Anche trattando di “un argomento che tendiamo tutti ad evitare, [di] un aspetto della realtà che cerchiamo in tutti i modi di occultare ai nostri occhi e ai nostri pensieri” l’autore conduce il lettore a riflettere su come vivere pienamente. Del resto è un libro indirizzato ai suoi figli e i figli, si sa, sono l’espressione tangibile della vita che continua.
Pubblicato su "La Voce delle Voci"
«La cosa più grave non è esattamente non durare ma, piuttosto, che tutto si perda come se non fosse mai esistito». Sono tante e tutte imperdibili, nel bel libro di Roberto Fantini “La morte spiegata ai miei figli” (Sensibili alle foglie, 124 pagine), le citazioni sul tema della “fine” che spaziano dai primordi del- la filosofia ai nostri giorni, attraversando l’intero arco del pensiero umano. Eppure questa, di Fernando Savater, ha in sé il potere di racchiudere in una sola frase quel senso di vuoto spinto che ci accompagna, inesorabilmente, per tutto il corso dell’esistenza. Non è un caso, perciò, se Fantini l’ha inserita proprio intorno al suo incipit.
57 anni, docente di filosofia al mitico Virgilio di Campo de’ Fiori, Roberto Fantini incarna con assoluta semplicità quel ruolo di intellettuale a tutto tondo andato in questi ultimi decenni decisamente perso. Così come resta ormai solo un pallido ricordo, in quelli che vengono dalla generazione del ‘68 o del ‘77, il ruolo attivo degli intellettuali nel sociale, ché da tempo sono tornati ad arroccarsi nelle segrete stanze del potere baronale, salvo qualche comparsata nei salotti televisivi, a beneficio delle “masse incolte”.
Fantini no, convinto com’è che al pensiero debba seguire l’azione. E così eccolo impegnato da anni in prima fila con Amnesty International nella difesa attiva dei diritti umani. Ed eccolo ancora intento a tradurre il pensiero nel linguaggio vivo dell’arte figurativa come autore di dipinti che provano - ma questa è una nostra interpretazione a rendere visibili i diversi colori dell’anima.
E intorno all’anima, a ciò che siamo noi per davvero (realtà o illusione, il dubbio resta aperto anche in questo libro) scorre il ragionamento che Fantini conduce con fare rassicurante, quasi sorridente, nell’immaginario dialogo con i due figli che si affacciano sul panorama rude della vita vera. Ha dichiarato poco tempo fa la centenaria Rita Levi Montalcini: «Da qualche mese quando partecipo ai convegni la inspiegabili e, allo stato, inconoscibili. La morte cerebrale, su cui si basa l’intero sistema degli espianti di organi, è perciò più che mai ingannevole, indefinita ed evanescente. Manipolare la vita e la morte non fa per noi, non possediamo conoscenze adeguate, non abbiamo certezze.
E’ questo il messaggio “pesante” che ci lascia nel libro Roberto Fantini. Un intellettuale “di sinistra”, come si sarebbe detto una volta che, per motivi tutt’altro che confessionali, torna a guardare dalla parte “degli ultimi”. Né si può considerare del tutto un caso che a pubblicare il suo lavoro - il cui ricavato sarà interamente devoluto ad Emergency - sia la casa editrice nata per volontà di Renato Curcio. Un compagno che ha sbagliato, certo. Ma anche uno che ha saputo evidentemente far tesoro di certi errori epocali della storia. E che oggi ci spiega dove sta - ammesso che esista ancora - la sinistra. Sta tutta in due parole: non uccidere.
vista e l’udito m’ingannano. Ma che importa, il corpo faccia quel che vuole: io sono la mia mente».
L’anima, la mente, il noòs sono evidentemente il centro della riflessione sulla morte che, come spesso è accaduto anche in altre occasioni, qui diventa un ragionamento sul senso della vita, estremizzato quanto vogliamo, ma trattato sempre con leggerezza. E senza mai perdere la bussola: «Diffidare del nostro sapere (anzi, del nostro credere di sapere) - avverte Fantini - è sempre un vero e proprio dovere intellettuale e morale che ci preserva dalla tentazione di sentirci al sicuro dal dubbio». Un approccio, dunque, non dogmatico e meno che mai ingenuo che, partendo dal solco della ricerca filosofica, approda naturalmente sulle sponde della teosofia.
E’ un campo, questo, indagato a fondo da Fantini (ma non l’unico). «Noi siamo con coloro che abbiamo perso in forma materiale e molto, molto più vicini a loro di quando essi erano vivi». Anche qui un incipit, quello di Helena Petrovna Blavatsky, per introdurci alla corrente di pensiero che, divampata negli Stati Uniti sul finire del XIX secolo, ancora oggi non smette di affascinare con le sue cadenze rituali fra una vita e l’altra, in un’opera di reincarnazione ciclica che ha come scopo ultimo il perfezionamento del karma.
Ma può davvero lo spirito sopravvivere a noi, essere qualcosa che dai nostri neuroni viene solamente trasmesso e che invece esiste in sé?
Il quesito torna nella seconda parte, quando l’autore passa al confronto diretto con alcune risultanze - sia pure provvisorie - della ricerca scientifica in materia di fine-vita. Eccoci allora al cospetto delle esperienze di pre-morte, quelle NDE (Near Death Experiences) su cui tanta parte della scienza oggi s’interroga e che propongono analoghi scenari nelle descrizioni delle più disparate persone tornate in vita dopo l’arresto del battito cardiaco. Due ricercatori britannici, Peter Fenwick e Sam Parnia, esaminando una casistica di questo genere relativa a 63 pazienti, sono giunti alla conclusione che simili esperienze (perdita del corpo, tempo accelerato, luce folgorante) sicuramente non sono spiegabili col collasso delle funzioni cerebrali conseguente alla mancanza di ossigeno.
Queste e le tante altre esperienze citate nel libro - dalle rivelazioni di taluni medium, fino alle sorprendenti regressioni alle vite precedenti in stato d’ipnosi - inducono poi l’autore all’unico, logico approdo possibile: della vita, della morte e del cervello conosciamo assai poco. Lungo il cammino della scienza si aprono continuamente bagliori di altre vite, situazioni inspiegabili e, allo stato, inconoscibili. La morte cerebrale, su cui si basa l’intero sistema degli espianti di organi, è perciò più che mai ingannevole, indefinita ed evanescente. Manipolare la vita e la morte non fa per noi, non possediamo conoscenze adeguate, non abbiamo certezze.
E’ questo il messaggio “pesante” che ci lascia nel libro Roberto Fantini. Un intellettuale “di sinistra”, come si sarebbe detto una volta che, per motivi tutt’altro che confessionali, torna a guardare dalla parte “degli ultimi”. Né si può considerare del tutto un caso che a pubblicare il suo lavoro - il cui ricavato sarà interamente de- voluto ad Emergency - sia la casa editrice nata per volontà di Renato Curcio. Un compagno che ha sbagliato, certo. Ma anche uno che ha saputo evidentemente far tesoro di certi errori epocali della storia. E che oggi ci spiega dove sta - ammesso che esista ancora - la sinistra. Sta tutta in due parole: non uccidere.