UN COLLOQUIO SULLA TRAGEDIA DEI DESAPARECIDOS ARGENTINI E SUL DESTINO DEI DIRITTI UMANI.
Tra le persone designate a ricevere il Premio Italia Diritti Umani lo scorso 15 ottobre, spicca, senza alcun dubbio, la figura di Enrico Calamai, ex diplomatico e intellettuale, impegnato con competenza e coerenza rare sul fronte della promozione di una autentica cultura democratica.
Una persona di cui il nostro paese dovrebbe andare orgoglioso e che dovrebbe essere felice di poter presentare ai nostri giovani come antiretorico e realissimo esempio etico e civile. Una persona a cui, e lo dico con immensa amarezza, nessuno, in questo nostro sempre più sconcertante paese, aveva finora saputo rivolgere una pubblica testimonianza di stima e di riconoscenza.
Al fine di richiamare l’attenzione su questo nostro ancora troppo dimenticato concittadino, riportiamo qui la motivazione dell’assegnazione del Premio e, subito dopo, una corposa intervista in cui Calamai, a partire dalla tragedia dei desaparecidos argentini, arriva a gettare uno sguardo lucido e impietoso sul nostro presente.
Motivazione Premio Italia Diritti Umani 2010
Enrico Calamai, console italiano nell’Argentina dei desaparecidos, efficacemente definito “l'eroe discreto di Buenos Aires”, è riuscito a salvare centinaia di vite, strappandole ad un orrendo ingranaggio che, anche grazie al silenzio e alla complicità internazionali, ha potuto distruggere un’intera generazione di oppositori politici, molti dei quali giovanissimi. Lo ha fatto, avvalendosi del suo status diplomatico e dissociandosi da quella che era la vergognosa strategia assunta dal governo italiano. Lo ha fatto con la fermezza e lo slancio di chi sente il dovere di schierarsi dalla parte dei perseguitati come un dovere da anteporre senza esitazione alla logica dell’utile e dell’interesse personali. Lo ha fatto, anche grazie all’aiuto di altre poche persone coraggiose, tessendo una rete di protezione e di accoglienza per molti individui in pericolo, all’interno dei locali del Consolato, o direttamente nella propria abitazione , fornendo loro falsi documenti per l’espatrio in Italia e favorendone la fuga, anche accompagnandoli all’aereoporto.
Dopo essere stato richiamato in patria, e dopo aver ricoperto altri incarichi diplomatici in sedi disagiate, ha scelto di dedicarsi alla difesa dei diritti umani, sposando insieme rigore intellettuale e competenza professionale con un profondo sentimento di empatia nei confronti degli oppressi.
Ha inoltre testimoniato al processo in Italia contro i militari argentini, e contribuito a fondare il Comitato per la promozione e la protezione dei diritti umani, scrivendo anche diverse opere, fra cui "Niente asilo politico".
Ha partecipato a numerose conferenze ed incontri, dimostrando sempre grande attenzione verso le più scottanti problematiche nazionali ed internazionali.
Enrico Calamai, che, con rara onestà morale, ha sempre rifiutato di ritenersi un eroe, ha visto finalmente riconosciuta la sua attività salvifica da parte del presidente argentino Kirchner, che, il 10 dicembre 2004, nell'Ambasciata della Repubblica Argentina in Italia, lo ha decorato con la Cruz dell’Orden del Libertador San Martin, per il suo impegno umanitario durante gli anni della dittatura.
INTERVISTA AD ENRICO CALAMAI
Ancora oggi, c’è chi sostiene che quanto accaduto in Argentina in seguito al colpo di stato del 1976 sia stato possibile grazie al fatto che ben poco ne trapelasse all’esterno del paese. Ma dalla lettura di un rapporto di Amnesty International del giugno 1978 (da me gelosamente conservato), a proposito del numero degli scomparsi, è possibile constatare come si fosse già in grado di proporre una valutazione oscillante fra le 3.000 e le 30.000 persone. Indubbiamente, quindi, le informazioni, per chi avesse voluto davvero servirsene, esistevano. Allora perché, mi chiedo, tanto silenzio, tanta indifferenza, anche in Italia?
L’informazione, specie televisiva, aveva svolto un ruolo decisivo nel delegittimare presso l’opinione pubblica mondiale sia la guerra in Vietnam che il golpe di Pinochet in Cile.
I militari argentini adottarono una strategia incentrata sulla desaparicion e, più in generale, su modalità repressive occulte, incongrue rispetto ad un sistema mediatico mondiale ormai prevalentemente iconografico, in cui esiste soltanto ciò che è rappresentabile.
I governi democratici occidentali non potevano non sapere attraverso gli apparati di informazione di cui disponevano. Scelsero di puntare sul mantenimento di buoni rapporti con i macellai argentini, nella convinzione che, grazie alla metodologia utilizzata, l’opinione pubblica internazionale sarebbe rimasta inconsapevole di quanto stava accadendo in Argentina. Ciò, tanto più che, per quanto liberi, i sistemi mediatici nazionali risultavano condizionabili da organizzazioni tipo la nostra P2.
Posti a scegliere tra la mobilitazione della stampa contro le sistematiche violazioni dei diritti umani e un cauto silenzio che avrebbe assicurato la tutela degli interessi del sistema produttivo nazionale, i governi occidentali anteposero quest’ultimo.
Nel riferirti agli anni terribili della dittatura argentina e alla tragedia dei “desaparecidos”, fai spesso riferimento a comportamenti omissivi o, addirittura, collusivi, tenuti dal governo italiano dell’epoca, mettendoli anche il relazione con quella che chiami la matrice da cui sarebbe scaturito lo “stragismo di Stato”. Il passare degli anni ha rinforzato o indebolito questa tua chiave interpretativa?
Quanto affermo a proposito dello stragismo di Stato è frutto di una pluriennale esperienza professionale nell’Amministrazione italiana durante la Guerra Fredda, che mi ha permesso di constatare come ai diritti umani si concedesse grande spazio a livello declaratorio e, nel contempo, poca considerazione a livello di scelte politiche.
La mia idea è che, in ambito occidentale, l’egemonia americana riconoscesse ampi margini di manovra alle élites nazionali, purché si dimostrassero affidabili nella lotta contro l’espansionismo sovietico e qualunque forma di progressismo reale, che potesse rientrare nella vaga definizione di pericolo rosso.
In America Latina, le oligarchie e gli apparati militari svolgevano un ruolo di riferimento non sostanzialmente diverso da quello dei partiti di governo nei Paesi europei. E, come in questi ultimi, le cosiddette forze di governo tendevano a utilizzare servizi segreti e organizzazioni di stampo massonico o della criminalità organizzata, in quanto rappresentanti di un potere reale, di qualunque tipo esso fosse. Determinante poi, in molti Paesi tra cui l’ Italia, il ruolo svolto dalla Chiesa.
Il ricorso alla repressione o alla destabilizzazione più o meno violenta veniva presumibilmente concordato in ambito della cosiddetta solidarietà occidentale, tenendo conto delle ripercussioni sull’opinione pubblica internazionale. Esso veniva calibrato in modo da evitare controspinte non riassorbibili dalle diverse maggioranze silenziose interessate, nonché dall’opinione pubblica internazionale. Quantitativamente diversa, quindi, l’intensità applicata in contesti geopoliticamente diversi, ma comune la matrice ideologica e le stesse le modalità attuative, rese possibili da complicità capillari e difficilmente identificabili, espressione a loro volta di una sottocultura del potere di stampo mafioso penetrata, in Italia almeno, fin nel cuore dello Stato.
Più volte, a proposito dei fatti dolorosi verificatisi in America latina, durante la cosiddetta Guerra Fredda, hai sostenuto che dovrebbe esserci maggiore impegno nel fare luce sulle “complicità di cui si macchiarono i Governi occidentali e in particolare (…) il Governo italiano”. Perché, secondo te, sarebbe mancato quest’impegno? Quali forze politiche ritieni maggiormente responsabili?
Le forze politiche responsabili della linea seguita nei confronti dell’America Latina all’epoca della Guerra Fredda in Italia furono innanzitutto i partiti di Governo e, in primis, la DC (Democrazia Cristiana).
Ho ragione di ritenere che lo stesso atteggiamento del PCI (Partito Comunista Italiano), pur da sempre sensibile nei confronti dei movimenti di rivendicazione popolare, anche armati, sia cambiato nel momento in cui l’ondata crescente del successo elettorale lo portava in area di governo. E che non diversamente si sia orientata la stessa CGIL.
A monte di tale linea politica, non poteva che esserci una forte spinta del sistema produttivo e in particolare delle multinazionali italiane, sia pubbliche che private, che collegavano la possibilità di importanti ritorni al mantenimento di rapporti preferenziali con i militari al potere nel Cono Sud. Ciò tanto più che in quegli anni era ormai evidente il peso decisivo della componente estera dell’economia nazionale: maggiori commesse voleva dire crescita dell’occupazione, aumento del reddito procapite, della pace sociale e, in ultima istanza, del consenso elettorale.
Per quanto riguarda la particolarissima posizione del PCI e della stessa CGIL nei confronti dell’Argentina, vi sono anche altri fattori da prendere in considerazione: l’influenza dell’URSS, interessata ad importare grano argentino, il timore di un’accusa di appoggio a movimenti armati in generale, negli anni in cui anche in Italia erano attive formazioni di tale stampo, la rinuncia a un ruolo decisionale nelle scelte di fondo della politica estera italiana.
Di fronte agli orrori della dittatura argentina della fine degli anni settanta, non mi sembra che il comportamento della Chiesa cattolica ( con l’eccezione di alcuni casi ammirevoli di generosi sacerdoti e suore) sia stato molto diverso da quello delle forze politiche italiane ed europee. Che spiegazioni ti sei dato?
La Chiesa cattolica, struttura conservatrice, rigidamente verticistica e aspirante ad una globalizzazione ante litteram, proseguiva l’azione anticomunista che l’aveva spinta a posizioni conciliatorie con i totalitarismi di destra nella prima metà del secolo, diventando uno dei capisaldi occidentali durante la Guerra Fredda: basti pensare alla scomunica di chi votava per il PCI, nell’Italia del secondo dopoguerra, o allo scossone apportato all’intero blocco sovietico dall’elezione del Papa polacco, alla fine degli anni ‘70.
La Curia, impegnata in quegli anni a progressivamente neutralizzare l’aperturismo postconciliare della Teologia della Liberazione, non poteva che essere rappresentata a pieno titolo nelle stanze di compensazione in cui i poteri reali combinavano la proprie posizioni in Italia e nel mondo, in funzione delle cangianti esigenze della Guerra Fredda. E’ di quegli anni, o dei primi anni ’80, l’ironica domanda-dichiarazione di Marcinkus, che riporto a memoria: “Come credete che si finanzi il Vaticano, con le Ave Marie?”
La grande maggioranza della gerarchia cattolica in Argentina si schierò in favore dell’idea che occorresse estirpare il “cancro comunista” dal corpo sociale, ne approfittò per epurare ogni residuo della Teologia della Liberazione dalla Chiesa di base, assolse e anzi benedisse i militari turbati dalle atrocità che erano chiamati a commettere.
Il Vaticano non poteva non sapere, in quanto regolarmente informato di ogni desapariciòn dai familiari. La mancanza di una presa di distanza da parte del Nunzio è documentata.
La mia personale spiegazione è molto chiara: il Vaticano parla in nome di Cristo ma agisce in base alla realpolitik.
In un tuo saggio di dieci anni fa, a proposito di quella che definisci “ una inquietante modernità orwelliana”, parli dell’esistenza di una “tecnologia politica (…) in grado di sottoporre a rimozione collettiva il continuo riprodursi di devastazione, sofferenza e morte che provoca al suo intorno”. Che cosa volevi intendere?
L’esempio che a me sembra chiarificatore è quello del Mundial ’78, quando il popolo argentino festeggiava per le strade di Buenos Aires insieme a tifosi provenienti da tutto il mondo, mentre nelle vicinanze degli stadi si torturava e uccideva.
Il ruolo del sistema mediatico nella creazione di una pseudorealtà che fa comodo a tutti accettare, è noto. Tale ruolo è organico alla politica, è un quotidiano fare politica che, non a caso, trova oggi il suo massimo rappresentante nell’esponente del sottobosco affaristico-politico cui l’Italia degli anni ’70 aveva affidato la gestione del potere televisivo.
Esempi di inconsapevolezza o di alienazione, come si sarebbe detto un tempo, non mancano neanche oggi: da un’Italia che “ripudia la guerra” e vi partecipa in “missione di pace”, o ritiene di non avere bisogno di vietare la tortura, perché, tanto, in Italia la tortura non esisterebbe, giù giù fino ai bagnanti ritratti l’anno scorso mentre prendevano il sole accanto ai corpi di due ragazze rom annegate. Nell’insieme, un habitat sociolinguistico di stampo orwelliano, che legittima l’inconsapevolezza diffusa, come ai tempi del nazismo in Germania o nell’Argentina dei militari.
Il tutto, in una situazione mondiale in cui, più che di globalizzazione, sarebbe oggi corretto parlare di un neocolonialismo globale, di un sistema in cui le risorse dei paesi che non si dimostrano in grado di difendere la propria sovranità vengono accaparrate da una parte di gran lunga minoritaria della popolazione mondiale, per mantenere livelli di vita e di spreco cui si accompagnano, nel resto del mondo, miseria, disastri ecologici, genocidi e rivolte, guerre a catena, tentativi di proliferazione nucleare e incontenibili esodi.
Un contesto in cui l’effetto deformante dello specchio mediatico sembra riuscire a sedare l’opinione pubblica occidentale, malgrado il rischio di improvvisi contraccolpi, come di fatto successo a New York, a Londra, a Madrid.
Perché, in un tuo articolo, nel riferirti ai 283 clandestini naufragati nella notte di Natale del 1996, li hai definiti i “desaparecidos dell’Europa opulenta del nuovo millennio” ?
Non mi riferisco tanto o soltanto ai 283 clandestini periti la notte di Natale del 1996, bensì, più in generale, a coloro che sono spinti al grande viaggio da dissesti economici, politici, perfino ecologici troppo spesso da noi stessi provocati, direttamente o tramite classi dirigenti subalterne; a coloro di cui non resta traccia alcuna nel mare/fossato che circonda la Fortezza Europa; a coloro che, giunti in vista delle nostre coste, vengono respinti con l’inganno e/o la violenza dai tutori dell’ordine di Paesi che si dicono rispettosi dei diritti umani, perché scompaiano dalla nostra vista e dalla nostra coscienza in Libia o in altre anticamere dell’inferno; ai sans papiers criminalizzati e utilizzati comunque come forza lavoro e destinati alla più vicina discarica in caso di incidente, a tutti coloro di cui nessun registro tiene conto, di cui non esiste accountability alcuna, di fronte al cui numero, se mai lo si arriverà a ricostruire, spalancheremo un giorno gli occhi dicendo che non sapevamo.
Tu sei riuscito a salvare diverse centinaia di vite umane, avvalendoti del tuo status privilegiato. A distanza di tanti anni, come consideri il tuo operato?
Sì, è vero, avvalendomi degli stretti margini di manovra che mi erano concessi dall’incarico che rivestivo e spinto dalla consapevolezza che - nella tragedia umanitaria in cui mi ero venuto a trovare - chi si presentava nel mio ufficio a chiedere aiuto o beneficiava dei mezzi di cui disponevo o sarebbe finito in modo atroce, sono riuscito a salvare delle vite umane. E allora?
Quello che intendo dire è che in situazioni di crisi umanitaria c’è sempre chi tenta di dare una mano, per quanto possibile. Mettere in evidenza il ruolo del singolo, il “solo contro tutti” da film americano è a mio avviso fuorviante, perché il problema è politico. Occorre, a mio avviso, fare in modo che si abbia una conoscenza diffusa dei meccanismi di potere e delle complicità internazionali, dal cui continuo ricombinarsi scaturiscono i crimini contro l’umanità.
Nel caso dei rapporti tra l’Argentina dei militari e lo Stato italiano, occorre, a mio avviso, capire perché quest’ultimo abbia vanificato la possibilità stessa di un’azione di tutela umanitaria che le rappresentanze diplomatiche svolgono da sempre sia pure in maniera tacita. Occorre porsi con chiarezza il problema di come mettere fine al continuo riproporsi di tale modus operandi, che, in estrema sintesi, non è altro che una delle tante manifestazioni della cosiddetta realpolitik.
Per quanto mi riguarda personalmente, è d’altronde da tener presente che, quando sono arrivato al punto oltre il quale era evidente che sarei stato travolto anch’io (presumibilmente insieme a chi veniva a chiedere aiuto), sceglievo di partire pur di avere a mia volta salva la vita, permettendo che venisse chiusa una delle ultime vie di salvezza ancora aperte a Buenos Aires.
E, secondo te, le cosiddette persone “comuni”, che possibilità possono mai avere di opporsi a chi usa il potere per calpestare i diritti umani?
Le cosiddette persone “comuni” costituiscono la società civile e, più in generale, l’opinione pubblica, gli unici soggetti in grado di incidere sulle scelte politiche di una democrazia in una simile materia.
Per muoversi, tuttavia, l’opinione pubblica deve essere posta in grado di percepire criticamente il reale, di vedere, vale a dire, oltre lo specchio deformante del sistema mediatico.
Soltanto quando le violazioni dei diritti umani diventano di pubblico dominio, a livello sia nazionale che internazionale, possono prendere avvio dinamiche che costringano i Governi a modificare comportamenti che costituiscono violazione dei diritti stessi. Ciò, tanto più se si prospetta la possibilità di interventi da parte delle istituzioni internazionali.
Fondamentale in questo processo è il ruolo dell’associazionismo, sia nazionale che internazionale, che è in genere all’origine dell’informazione.
L’esistenza di istituzioni giudiziarie rodate ed efficaci nella persecuzione dei responsabili di questo genere di crimini - anche qui a livello sia nazionale che internazionale - dovrebbe svolgere, inoltre, un importante ruolo deterrente. Il condizionale è d’obbligo, perché finora non è stato possibile altro che ipotizzare l’efficacia preventiva della Corte Penale Internazionale, mentre sono sotto gli occhi di tutti gli intralci che si possono sempre frapporre all’iter della giustizia interna ai singoli Paesi. E’ di questi giorni la notizia della morte - in stato di libertà e senza condanna alcuna - dell’Ammiraglio Massera , uno dei tre integranti della giunta militare che, durante gli anni ’70 del secolo scorso, decimò un’intera generazione in Argentina, Paese che pure è riuscito, tra enormi difficoltà, ad avviare dei processi.