Non è facile trovare un libro che parli della morte in maniera serena e approfondita. Quando si parla della morte, infatti, la prima reazione che viene naturale è quella di cambiare discorso e, se proprio non si può, si fa ricorso a scongiuri di varia natura. Un adagio medioevale diceva che la morte deve essere compagna di vita (mutuato, probabilmente da una frase di Seneca: “Pensa sempre alla morte, se non vuoi mai temerla”):
“Il confronto con la morte dovrebbe diventare una fonte di riflessione per far sì che il nostro pensiero si ponga, innanzitutto, il problema del significato, del valore delle scelte che facciamo, chiedendoci quali criteri utilizzare, quali concetti di bene e di male prendere a considerazione, interrogandoci su quali valori e gerarchie di valori adottare, etc. In pratica, il pensiero della morte dovrebbe condurci a prendere consapevolezza del carattere limitato del nostro essere e a far sì che che dalla coscienza della nostra finitezza possa scaturire non un vivere cicalone, bensì uno ragionato, capace di conferire diritto di cittadinanza alla sfera del nostro io soltanto a quanto risultato idoneo o, almeno, a sbarrare la porta a tutto quello che ci apparisse non meritevole del nostro assenso, delle nostre attenzioni, del brevissimo tempo che la vita ci dona”.
Roberto Fantini, docente di filosofia e storia al liceo classico, nel suo libroLa morte spiegata ai miei figli (Sensibili alle foglie, 2010) compone un inno alla vita. Anche trattando di “un argomento che tendiamo tutti ad evitare, [di] un aspetto della realtà che cerchiamo in tutti i modi di occultare ai nostri occhi e ai nostri pensieri” l’autore conduce il lettore a riflettere su come vivere pienamente. Del resto è un libro indirizzato ai suoi figli e i figli, si sa, sono l’espressione tangibile della vita che continua.