Cinque buone ragioni per leggere “La morte spiegata ai miei figli” di Roberto Fantini
Fonte: graphe.it
Ragione prima: il libro tratta un argomento delicato e misterioso, ma si legge senza grandi difficoltà. Sono ventisette capitoli, di tre o quattro pagine l’uno, basati su uno schema essenziale: una minima introduzione, alcune riflessioni, una ponderata conclusione. Lo stile è chiaro e sereno, i passaggi inevitabilmente tristi, addolciti da un’accettazione di fondo, frutto di sforzo razionale e di pathos umanistico. È una riflessione sulla morte cadenzata in brevi, intensi respiri. Gli interlocutori immaginati, ma non immaginari, sono i due figli Elena e Francesco, ma i destinatari, come Fantini dice nell’introduzione, sono tutti coloro che hanno perso il coraggio di porsi domande cui non si sa rispondere, ma anche tutte le vittime delle terribili ingiustizie umane, soprattutto giovani e giovanissimi.
Il problema dell’eventuale “dopo” non appare immediatamente nella riflessione di Fantini. È dal “qui e ora” che gli interessa partire: dallasumma quaestio filosofica: “Chi sono io?”, per poi arrivare, senza cadere nel solipsismo, nell’autocontemplazione, all’afflato con gli altri, allo sforzo di conferire dignità e arricchire noi stessi e tutto ciò che compone il nostro intorno, persone e cose vicine, ma anche lontane.
La riflessione di Fantini tuttavia, non muove solo da un carpe diem di alto livello, ma da una volontà di affrontare i punti nodali della questione. Senza tanti giri di parole l’autore abborda subito un punto chiaro e centrale: la paura di morire. La formazione filosofica di Fantini, e la prassi di una vita che cerca di orientare di conseguenza, gli permettono di rintracciare con relativa facilità il percorso della riflessione umana sul tema della morte. Ciò che non è scontato, in un’epoca che vive nell’idolatria della scienza e nella rimozione di tutto quello che incrina la hybris umana, rammentandoci la nostra finitezza, è che qualcuno decida di parlare del grande tabù, della morte. E questa è la seconda ragione per leggere La morte spiegata ai miei figli, il fatto che sia un libro che ha il coraggio di trattare una cosa che riguarda tutti, ma di cui nessuno vuole parlare. Viene allora alla mente Blaise Pascal, il primo dei filosofi che Fantini cita, anche se a diverso proposito. Secondo il grande genio giansenista, l’uomo vive nel divertissement, è intento a distogliere l’attenzione da ciò che lo riguarda più da vicino, anziché a rifletterci sopra. La vita come distrazione dal pensiero soggiacente, dall’idea di non essere eterni. Fantini, da vero amante della sofía, della sapienza, si interroga. Armato di un coraggio umanistico e di una curiosità umana, alta e profonda allo stesso tempo, ripercorre le vie dei grandi filosofi. Dapprima i vincitori della paura della morte: Epicuro e Socrate. Grande igienista mentale il primo, che ci invita a non avere paura di imbatterci in quello che non incontreremo mai finché saremo vivi, e che non ci farà più alcun male, quando saremo morti. Socrate, da parte sua, va al di là dell’edonismo e fa capire, per il tramite del ragionamento dialettico, che ciò che conta è vivere la vita nella luce splendida e di per sé altamente gratificante della virtù, la quale continuerà a illuminarci anche nell’aldilà, qualora la morte sia solo un cambio di stato, ma non la fine di tutto. Nel caso contrario, se non vivremo più in un’altra dimensione, non avvertiremo nemmeno alcuna sofferenza.
Dunque Fantini ha il coraggio di parlarci della morte, come hanno sempre fatto i filosofi, del resto, finché la filosofia è stata un interrogarsi sul senso ultimo della vita e uno sforzo di vivere in conformità al proprio pensiero, faticosamente elaborato, e accettando la provvisorietà delle umane conclusioni. La morte, qualunque cosa essa sia, è un grande specchio per la nostra coscienza, una vera cartina di tornasole per le nostre scelte quotidiane. Se non la accantoniamo per paura, essa ci può aiutare a valorizzare ogni momento che viviamo, discernendo tra ciò che davvero conta e ciò che è futile, fiamma di un attimo, fuoco fatuo che brucia le nostre energie. Molti filosofi ce lo hanno detto, Fantini ce lo ricorda. Anche questo fa parte della semplicità di fondo di La morte spiegata ai miei figli. Ma la semplicità è una conquista, non lo stato di natura dell’homo faber et televisivus, che si trastulla nel mortifero divertissement postmoderno.
Vi è infatti una vita che è già morte, molte vite che sono già morte. Giustamente Fantini individua la discriminante tra vita viva e vita che è già morte nella presenza e, rispettivamente, nell’assenza dell’amore. Amore per Fantini non è, banalmente, il solo amore di coppia o all’interno della propria famiglia o cerchia di amicizie. La morte spiegata ai miei figli è tutt’altro che un libro infarcito di banalità, e questa è la terza buona ragione per leggerlo. Se smettiamo di preoccuparci della fragilità del nostro corpo e ci concentriamo sulla nostra capacità di amare, che è illimitata, ma va coltivata, la paura della morte si ridimensiona enormemente e può anche sparire, anche se la fine del corpo è manifestamente prossima. Non si tratta di una bella teoria, ciascuno di noi può farne l’esperienza e magari indirettamente l’ha già fatta, assistendo qualche persona cara che se ne è andata serenamente. Ma c’è di più: che cosa muore, almeno apparentemente, se non un individuo, cioè un essere individuato (se ci pensiamo bene alquanto artificiosamente) con nome e cognome? La vita stessa non muore. E finché siamo vivi, chi ci impedisce di identificarci progressivamente (da millenni esistono tecniche apposite) con la vita molto oltre la sfera ristretta del nostro corpo? Siamo sicuri che l’identificazione del nostro io con il nostro corpo sia corretta? Il fatto che tutti, per quello che ci sembra, convengano con questa identificazione, non è una garanzia di essere nel giusto.
Il discorso di Fantini non si limita all’ambito canonico della filosofia occidentale. Al di là del canone, vi è una filosofia, o forse si dovrebbe dire una sofía, una sapienza, che riferisce della vita al di là della morte. Fantini avrebbe potuto fermarsi alla filosofia canonica, ai ragionamenti riassunti finora, e lasciare ai figli e ai lettori comunque molta materia di fruttuosa riflessione, di per sé, almeno per alcuni spiriti particolarmente predisposti e aperti, sufficiente per dare un senso più profondo alla propria vita, un orientamento più equilibrato e sano. Ma, e questa è la quarta buona ragione per leggere La morte spiegata ai miei figli, l’autore decide di non ignorare un patrimonio incredibile di pensiero e di testimonianze e infrange il grande tabù positivista nel quale tuttavia viviamo immersi, passando quindi a considerare anche quello che non riusciamo a sussumere nelle categorie scientifiche da noi individuate. Sulla reincarnazione, ad esempio, c’è anche in occidente una letteratura ormai molto vasta, frutto di indagini condotte secondo canoni scientifici, ma aventi per oggetto qualcosa che scientifico non si considera, cioè la trasmigrazione dell’anima, la ricomposizione di una medesima individualità in un corpo e in una condizione diversa. Altri libri, come il classico La vita oltre la vita di Raymond A. Moody, ci parlano di testimonianze di stati di premorte. Dal libro di Moody è stato ricavato un impressionante documentario, in cui le persone oggetto del suo studio riferiscono la loro esperienza, trasformante e rasserenante, ai limiti della soglia dalla quale non si ritorna.
I libri di Kübler-Ross, una donna che si è dedicata all’assistenza soprattutto psicologica di malati terminali e delle loro famiglie, testimoniano non solo del coraggio di una donna che ha deciso di concentrarsi sui momenti più dolorosi dell’esistenza, ma anche dell’enorme ricchezza che si svela a chi decide di accompagnare consapevolmente chi si appresta ad accedere alla dimensione che tanto ci atterrisce.
Già alla fine dell’Ottocento Helena P. Blavatsky, la fondatrice della Società Teosofica , si fece tramite di una saggezza tibetana che da millenni studia il fenomeno della morte. Nella nostra arroganza occidentale tendiamo a non prendere seriamente in considerazione culture tanto diverse, nemmeno negli ambiti nei quali hanno molta più esperienza di noi. Fantini non assume posizione, non si atteggia a maestro, ma chiaramente ci invita ad aprirci a questo “altro” che, ci dice, lo ha aiutato fin da giovane ad uscire dalla soffocante cultura cattolica e, molto concretamente, a non avere più paura della morte. Vari capitoli dedica il nostro autore alle fonti “esoteriche” sulla morte, includendo gli studi di Ernesto Bozzano sul paranormale.
Il libro termina con alcune riflessioni sui temi dell’accanimento terapeutico, della pena di morte e dei trapianti.
Nel caso di chi vive da anni in condizioni di sofferenza terribile e decide di porre fine alla propria esistenza, Fantini ci invita al sentimento, alto, della compassione verso chi soffre (che non è commiserazione) e alla sospensione del giudizio.
Circa la pena di morte, Fantini non ha alcun dubbio, da membro attivo di Amnesty International: è un atto terribile, ingiustificato, agghiacciante, perché compiuto a freddo.
Sul tema dei trapianti l’autore richiama un aspetto forse sfuggito a molti: la morte cerebrale, che autorizza l’espianto dell’organo, è una morte per convenzione giuridica, non una vera e propria morte del corpo. Di fatto si interviene su un corpo vivo, magari destinato a morire prestissimo, ma di fatto ancora vivente.
E quindi Fantini, dopo averci aiutato ad accostarci alla nostra più grande paura con la ragionevole speranza di vincerla, ci problematizza un qualcosa che per noi forse non rappresentava un interrogativo. È questa la quinta buona ragione per leggere La morte spiegata ai miei figli: è un libro assai poco convenzionale, ma certo per tutti quelli che amano riflettere.
Roberto Fantini
La morte spiegata ai miei figli
Sensibili alle foglie, 2010
pp. 128, euro 12,00