Conversazione con Marco Mamone Capria* sui pericoli di una scienza e di una tecnologia al di fuori delle regole democratiche
Può bastare, a volte, la dedica anteposta ad un libro per comprendere la filosofia del suo autore e l’impostazione e le finalità dell’ opera stessa. E’ il caso, a mio avviso, dell’eccellente lavoro di Antonio Marchesi, La protezione internazionale dei diritti umani (FrancoAngeli 2011).
Nei confronti della Lettera di Giacomo, da frequentatore curioso delle Scritture, ho sempre avvertito una particolare attrazione, per via delle sue parole che sanno di freschezza interiore e di autenticità nel sentire, come per via della sua straordinaria capacità di dire cose essenziali, di grande concretezza e di grande pregnanza etica. Nelle sue parole, infatti, si percepisce l’atteggiamento sobrio e austero del vero pastore di anime che si preoccupa di orientare e correggere, di istruire e guidare con dolce fermezza e con limpidità di mente e di cuore.
Che non siamo mai troppo giovani né mai troppo vecchi per filosofare e che il vivere come esseri umani implichi ineluttabilmente il filosofare il mondo classico ce lo ha ricordato spesso, conferendo alla ricerca filosofica una dignità assolutamente privilegiata rispetto a tutte le altre occupazioni umane. Ma, per troppo tempo, la filosofia ha finito per apparire (e, in parte, per diventare) qualcosa di riservato a cerchie ristrette di strampalati eruditi, immersi in mondi oscuri di discussioni tanto tenebrose quanto inconcludenti. Sempre più scienza e tecnologia ci sono sembrate in grado di dirci tutto quello che ci occorre sapere e , soprattutto, di darci tutto quello di cui abbiamo bisogno e desiderio.
Una raccolta di scritti di Adriana Zarri sugli animali, sulla natura e sul nostro destino.
Due giornalisti italiani ci propongono una rassegna ragionata delle varie interpretazioni elaborate in questi anni, alla ricerca della verità.
Un’analisi critica a tutto tondo delle politiche di inizio millennio contro l’immigrato, in USA e in Europa.
La tesi centrale di Razzismo di stato (FrancoAngeli, 2010) - ci avverte subito Pietro Basso, curatore dell’opera - è in chiara dissonanza con la rappresentazione dominante del razzismo dei nostri tempi, tendente a vederlo come un processo “dal basso verso l’alto”, come un coacervo, cioè, di sentimenti e di ostilità sempre più diffusi a livello popolare, di fronte a cui le istituzioni non sarebbero adeguatamente in grado di intervenire. E’ convinzione di Basso, infatti, che il primo propellente delrevival del razzismo in corso sia il cosiddetto “razzismo istituzionale”, e che primi protagonisti e principali responsabili sarebbero “proprio gli stati, i governi, i parlamenti: con le loro legislazioni speciali e i loro discorsi pubblici contro gli immigrati, le loro prassi amministrative arbitrarie, la selezione razziale tra nazionalità “buone” o nazionalità pericolose, le ossessive operazioni di polizia e i campi di internamento.” (p.9)
Il libro di Roberto Bondì (Come vedessero due soli- Religione, scienza, modernità, Codice edizioni), lo dico senza alcuna esitazione, oltre ad essere un libro di indiscutibile spessore intellettuale, è indubbiamente anche un libro di gradevole ed accattivante lettura.
Difficile classificare “L’urlo del Kosovo” di Alessandro Di Meo (Edizioni Exòrma, Roma 2010): un po’ meticolosa narrazione storica, un po’ appassionato·pamphlet, un po’ rabbioso lavoro di controinformazione, un po’ suggestiva rassegna di vite abbracciate insieme da un analogo doloroso destino, un po’ empatico canto lirico per la sorte ignorata di un intero popolo assurdamente criminalizzato.
Uno splendido viaggio dell’anima, fra gli ultimi paradisi incontaminati e le memorie vicine e lontane di popolazioni sterminate e diritti violati
Il nuovo libro di Luigi Bonanate per non smettere di chiederci cosa sia davvero accaduto.
A distanza di un paio d’anni da “La crisi. Il sistema internazionale vent’anni dopo la caduta del Muro”, che mirava ad inquadrare in modo ampio e globale· il significato della fine del bipolarismo e dell’Unione Sovietica, Luigi Bonanate presenta una nuova opera ( “Undicisettembre. Dieci anni dopo”, Bruno Mondadori, luglio 2011) che, occupandosi dell’evento che più di ogni altro ha inciso sull’evoluzione storica del nuovo millennio, ben si ricollega alla precedente. Obiettivo dichiarato del Bonanate non è stato né “l’analisi delle cause remote e vicine, né la discussione sulle diverse ipotesi interpretative formulate, ma soltanto una riflessione sull’importanza di un giorno solo nella storia del mondo”, al fine di “far sgorgare da quel pugno terribile che ognuno degli abitanti della terra ricevette nello stomaco quel giorno, il senso di ciò che successe.” (p.6)
Conversazione con Antonio Girardi, presidente della Società Teosofica Italiana
Antonio Girardi, presidente della·Società Teosofica Italiana dal 1995, è persona che rifugge d’istinto dai toni e dalle pose teatrali, affidando il pensiero a parole controllate e sempre ben scelte, sostenute da un argomentare sobrio e lineare. Ascoltarlo e leggerlo, pertanto, è attività gradevole e priva di sforzo, che ci consente di entrare con naturalezza in sintonia con la sua visione del mondo e con il suo personale rapportarsi alla realtà, improntati entrambi alla dimensione interiore della serenità e della fiducia. Qualità queste che emergono tutte in maniera chiarissima nel suo ultimo libro, “Lungo le vie del cuore” (Edizioni Teosofiche Italiane, 2011), pubblicazione che raccoglie una variegata gamma di scritti relativi a numerose tematiche (dal Sufismo ad Apollonio di Tiana, da digressioni mistico-esistenziali a divagazioni di carattere cosmologico), legati insieme dalla sua intelligente attitudine a coniugare interessi e conoscenze teosofiche, filosofiche, artistiche e scientifiche, all’insegna dell’autorevolezza dell’insegnamento di Helena Petrovna Blavatsky e della illuminante forza liberatrice di Jiddu Krishnamurti.
Di Beatrice Taboga
Un libro che ci aiuta ad affrontare la malattia e la morte, restando profondamente umani e radicati al presente.
Ha perfettamente ragione Beatrice Taboga (1947-2008) nel dirci che affrontare “il tema della morte costituisce, spesso, la rottura di un tabù”, in quanto il “nostro costume sociale pretende che la nostra vita si svolga all’insegna della bellezza e dell’efficienza, mentre tutto ciò che riguarda la morte tende a essere esorcizzato e nascosto”. Proprio per “contrastare questa tendenza dominante a sfuggire l’incontro con la realtà del morire e a rompere il silenzio e la solitudine con cui la si vive”, la Taboga si è cimentata nell’organizzazione, nella sua città (Venezia), di seminari esperienziali dedicati al confronto con la propria morte e quella altrui, nonché all’accompagnamento dei malati nell’ultima fase della loro esistenza, proseguendo nel suo impegno verso di sé e verso gli altri anche nel periodo della sua malattia. Suo obiettivo principale è stato quello di favorire l’affermazione di un diverso “atteggiamento mentale” di fronte alla malattia e alla morte (e soprattutto verso chi si trova a sperimentare la prima e· l’avvicinarsi della seconda).
Fonte: graphe.it
Nel nostro immaginario collettivo, la figura del Mullah Omar corrisponde a qualcosa di vaghissimo e nebuloso. L’unico elemento che emerge in modo perentorio è l’associazione automatica con il peggior fanatismo talebano e con i folli progetti criminali attribuiti al (forse) defunto Osama Bin Laden. Credo che, se si facesse un sondaggio, la quasi totalità degli intervistati non sarebbe in grado di andare oltre. E potrebbe bastare questo piccolo esperimento per farci sorgere più di qualche dubbio in merito a quanto sia efficace il meccanismo mediatico ai fini del produrre informazione vera e, soprattutto, in merito a quanto sia reale la democrazia di cui orgogliosamente ci vantiamo, visto e considerato che il nostro Paese continua, nel plauso generale, a investire montagne di quattrini e ad inviare ad uccidere e a morire quelli che ormai tutti chiamano (commossi) “i nostri ragazzi” in terra afgana, proprio perché si dovrebbe abbattere l’impero del Male facente capo a questo crudelissimo leader (di cui, però, nulla davvero sappiamo!).
Un libro “ben affilato” per capire la genesi dei fenomeni razzisti e xenofobi e per provare a immaginare una “nuova era”.
“Il primo passo verso la vittoria su questo flagello dell’umanità consiste nel rendersi conto di quale ne sia stata la causa, di quali aspirazioni e speranze esso abbia suscitato nel passato. Questo libro intende contribuire alla formulazione di una diagnosi del cancro del razzismo nelle nostre nazioni e persino in noi stessi.”
La storia di Giovanni Palatucci, eroico questore di Fiume che mise il cuore al di sopra della legge.
Il nome di Giovanni Palatucci, a cui Georges de Canino ha dedicato il libro “Il poliziotto che cercava le stelle” (ed. Anicia), è ancora un nome che pochi sanno inserire nella nostra storia nazionale, nella tragedia della seconda guerra mondiale, nonché, soprattutto, nella storia dei pochi e dei tanti che seppero resistere alla forza apparentemente inarginabile della deumanizzante barbarie nazi-fascista.
Scrive Ludwig Feuerbach, il filosofo moderno che più di ogni altro ha saputo indagare con spietata lucidità il fenomeno religioso, che il regno dell’esistenza di dio non può essere che quello dell’immaginazione e che, di conseguenza, soltanto la fantasia ci salvaguarderebbe dall’ateismo.
Un prezioso libro di Paola Giovetti per esplorare la vita, la personalità e l’opera della geniale fondatrice della Società Teosofica.
Sono poche davvero, nella storia contemporanea, le donne di grande statura intellettuale e morale che possano rivaleggiare con Helena Hahn (meglio nota come Helena Petrovna Blavatsky), per come e per quanto siano state celebrate e, al contempo, calunniate.
Paola Mazzetti scrive e disegna con la leggerezza che, per dirla con Valéry, è tutta dell’oiseau, nient’affatto della plume. La sua scrittura e il suo tratto grafico, infatti, hanno lo slancio dei venti marini e del respiro della primavera. Ti sfiorano l’anima, te l’accarezzano, ci gettano dentro un sorriso sconfinato, una tenue e delicata allegria.
UN COLONIALISMO DAL “VOLTO (MOLTO POCO) UMANO”.
Un libro di grande spessore per abbattere una rappresentazione mitizzata delle vicende più cupe del nostro passato.
Lettere dall’Italia di 14 novelli Montesquieu, per capire meglio come siamo e come stiamo cambiando
Il Montesquieu delle “Lettres persanes” si serviva di personaggi provenienti dall’Oriente per potersi concedere la libertà (certamente non molto diffusa) di osservare il proprio mondo con occhi “altri”, riuscendo a percepire, di conseguenza, volti e valenze anch’essi “altri” rispetto a quelli normalmente percepibili da parte di coloro che vi vivevano dentro, incapsulati nel proprio dogmatismo etnocentrico. E la sua strategia risulterà efficacissima e servirà da modello a tanti intellettuali settecenteschi, desiderosi di immettere aria nuova nei confini della propria società (vedi, ad esempio, il Voltaire dell’”Ingenuo” e di “Micromega”).